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La Storia del Seminario Vescovile di Oppido Mamertina
Il Seminario di Oppido fu l’ultimo a sorgere in Calabria,dopo il Concilio di Trento. Non ultimo nel Regno di Napoli e in Italia. In genere l’attuazione del Decreto riguardante i Seminari procedette lentamente, abbracciando quasi duecento anni.
Conosciamo gli antesignani di questa provvida istituzione. Faremo solo qualche accenno. Il Pastor da il primato di vita al Seminario di Rieti, a metà del 1564. Il De Majo invece l’attribuisce a Larino, diocesi suffraganea di Benevento, il cui Seminario aprì il 26 Gennaio l564. Pio Paschini scrive che a cinque mesi di distanza dalla chiusura del Concilio (3 Dicembre 1563)venne fondato il Seminario di Pavia, seguito da quello Romano, quindi da quello di Milano. Tuttavia la prima istituzione di formazione dei futuri sacerdoti è l’Almo Collegio Capranica che vanta una storia lunga e luminosa. Il cardinale Domenico Capranica (1400-1458), con atto del 5 gennaio 1457, fondava un Collegio, cui dava il nome della sua famiglia, con lo scopo di offrire la possibilità di una adeguata formazione al sacerdozio ai giovani meno abbienti della città di Roma.
Comunque, alla fine del sec. XVI, in Italia, risultavano eretti 128 Seminari; nel corso del sec. XVII, ne vennero fondati altri 70; nel secolo seguente.
Le cause di questo lento progredire vanno ricercate non solo nella novità della iniziativa, collegata a rischi e responsabilità non indifferenti; ma anche nelle disagiate condizioni del tempo, riscontrabili in tutte le regioni dominate dalla potenza spagnola, e che nel Mezzogiorno d’Italia attingevano il fondo della più squallida miseria.
La creazione dei Seminari fu imposta, come dovere impellente, a tutti i Vescovi.
Talora l’inaugurazione di avvio, fatta con ufficiale solennità dal Vescovo, rimase atto senza seguito. A Gerace il 18 Settembre 1565, una pomposa funzione “ad sonum campanae”, presieduta dal Vescovo Andrea Candido alla presenza del Clero e del popolo, annunziò il sorgere del Seminario, che però soltanto nel 1586 iniziò a dare segni di efficienza e solo nel 1593 fu dotato di 580 ducati di rendita dal Vescovo Ottaviano Pasqua.
I Vescovi di Oppido si posero sempre il problema del Seminario e lo trattarono in ogni “Relazione triennale”; ma per accantonarlo, con un giudizio tagliente, quale pio desiderio, irrealizzabile nella realtà economico-sociale in cui operavano. Un segno delle difficoltà è dato dall’affossamento delle Celebrazioni Sinodali, imposte dal Concilio. Prelati animati da coraggioso ardire, si videro bloccati nella loro aspirazione. Andrea Canuto e Antonio Cesonio celebrarono i loro Sinodi; ma nulla a noi è pervenuto. Mandarani, attivo e fecondo di idee, manifestò più volte il desiderio di tenere un Sinodo, per il quale tutto era preparato; ma non riuscì ad attuano.
Prima di avventurarsi nell’impresa di dare vita al Seminario, il Vescovo doveva risolvere una serie di non facili problemi: assicurare una entrata sufficiente e costante; possedere, o acquistare, o costruire una sede dignitosa e accogliente; trovare uomini in grado di governare, educare, insegnare. Nel Terzo Sinodo Prov. Reggino (anno 1580), con prudenza, si ordinava che ogni Vescovo destinasse agli Alunni del Seminario “quanto avesse potuto percepire dai Benefici, se fosse stata fatta l’aggregazione”.
Andrea Canuto, preposto al governo della Diocesi di Oppido dal 1585 al 1605, confessava umilmente di non aver potuto erigere il Seminario “quod maxime semper optavi institui... per pauca emolumenta... Beneficia simplicia perpauca er admodum tenua in universa diocesi nunquam potuerunt unire”.
I Benefici erano così piccoli e la povertà così accentuata che mettevano alla prova la carità del Vescovo. Le entrate complessive della diocesi ammontavano a ducati millequattrocento, in moneta del Regno di Napoli. Il Vescovo annotava che i pochi benefici semplici non potevano essere uniti, perché il Seminario non era ancora aperto, e le entrate dalle tasse imposte ai Benefici curati, non sarebbero state sufficienti alla vita dell'istituto.
I Canonici, «satis pauperes», vivevano stentatamente. Gli stessi lamenti, quasi con le identiche espressioni, uscivano dal cuore dei successori Ruffo e Cesonio. Essi ne vedevano la necessità, ne sentivano l'urgenza; ma non avevano i mezzi per realizzare un' opera così santa. I Monaci, che avrebbero potuto e dovuto sostenere il Prelato con maggior prontezza degli altri, si mostravano invece i più restii e repellenti a contribuire, secondo i dettami del Tridentino.
Altro impedimento era dato dall'assenza di Ecclesiastici preparati a dirigere l'istituzione. La situazione della nostra Chiesa non era migliore. Mons. Giovambattista Montano (1632-1662) pose con serietà, ai Responsabili romani, il problema del Seminario. Uomo di cultura, egli ci appare anche uomo di azione. Annotava con rincrescimento l'assenza in Diocesi di una struttura destinata all'educazione della gioventù; non esisteva il Seminario, "nec aliud eiusdem opus ad iuventutem instruendam" (Rel. 1637). Egli si chiedeva come fare perché parte dei redditi dei Benefici e dei Luoghi Pii venisse devoluta alla formazione dei giovani. Si presentava un' occasione propizia.
Il Monte di Pietà era stato allora inutilizzato e del tutto infruttuoso, nonostante i suoi 800 ducati, più 120 ducati in censi. Il Prelato proponeva che una così cospicua somma, anziché lasciarla sterile, tra tanta miseria materiale e intellettuale, fosse convertita in una iniziativa culturale a vantaggio dell’intera zona geografica, trasformandosi in fonte duratura di comune utilità. Inoltre un lascito per la fondazione di un Monastero Femminile in Oppido, fruttante ducati annui 200, e un altro legato del valore di ducati 1000, potevano essere stornati“in pueros diocesis alendos bonisque tnoribus ac discipliiiis instituendos in aliquo huius Provinciae Seminario”. Alla proposta seguiva la supplica:“Supplico umilmente che questa mia mozione venga approvata in modo che i beni presenti e futuri, lasciati per l’eri gendo Monastero delle Donne, vengano investiti nell ‘educazione dei ragazzi, nei Seminari di questa Provincia”.
Le sagge parole del Vescovo invece caddero nel fondo di un pozzo insondabile e su cuori insensibili alle vibrazioni del sentimento e della ragione. La risposta della Congregazione si risolvette in un invito a tastare il parere dei cittadini (“audiendam asse civitatem”).
Questi non erano in grado di capire il vantaggio del suggerimento e la nobiltà del progetto. Ci commuove il pensiero di quest’uomo generoso e aperto al nuovo, che lottava per elevare il livello morale e istruttivo del suo gregge, e si vedeva bloccato, nel suo tentativo benefico, dal muro insormontabile dell’incomprensione di un ambiente retrivo e incapace di sensibilizzarsi ai propri reali bisogni. Il Montano, proveniente da una regione colta, attraversata da vive correnti di pensiero, di fronte allo stato di arretratezza dei suoi fedeli, a differenza dei predecessori proclivi a mugugnare contro le
ristrettezze economiche, assumeva un atteggiamento intraprendente di contrattacco. Convinto che l’istruzione fosse fattore primario di progresso e di civiltà, si propose di diffonderla con ogni mezzo. Costituì una Biblioteca a disposizione del Clero e del pubblico, vera utopia, in quell’ambiente
d’ignoranza e di rozzezza, che egli tradusse in realtà. I suoi intenti altruistici si scontrarono con la barriera di un mondo primitivo e non sortirono l’effetto sognato; ma l’iniziativa merita il pieno plauso.
La Chiesa perdette con lui un’occasione favorevole per compiere un decisivo passo in avanti, e si ridusse a vivere ancora, per oltre mezzo secolo, senza Seminario, e, per oltre un secolo, senza Monastero delle Donne. Mons. Paolo Diano Parisio passò dalla distinta carica ecclesiastica di Vicario Capitolare e Vicario Apostolico, in Reggio, dove aveva profuso “cure amorose per il Seminario”, alla guida della nostra Diocesi, nel 1663.
Riscontrando l’impossibilità di dar vita al Seminario per l’esiguità dei beni della Mensa Vescovile, delle Prebende Canonicali, dei Benefici, domandò al Prefetto della Congregazione la facoltà d’istituire Scuole per educare i fanciulli, senza avventurarsi nel labirinto dei problemi di una fondazione, carica di responsabilità. In quell’epoca di assolutismo regio, instaurata dalla Pace di Cateau-Cambrésis (3 Aprile 1559), anche la Chiesa si orientava verso un regime autoritario centralizzato, nel quale ogni Vescovo, per muovere un passo, chiedeva di essere autorizzato; per assegnare a un manipolo di agricoli un sacerdote, attendeva il consenso da Roma. Era un’impostazione precauzionale richiesta dai tempi tumultuosi, contro le possibili deviazioni interne della compagine ecclesiastica e contro le infiltrazioni sospette di dottrine ereticali. La presenza di mons. Vincenzo Ragni (1674-1693) apparve come
uno sprazzo di luce e uno spiraglio di speranza. Non ci fu neppure con lui il varo della grande impresa educativa; continuò, nelle Relazioni la monotona litania delle lagnanze contro la penuria dei tempi; ma il buon prelato benedettino, persuaso che “possibile est hoc tam necessarium opus perfici”,
impostò il suo ministero, in maniera concreta, sull’erigendo seminario e indirizzò la Diocesi su la via della sua realizzazione. Sede del Seminario poteva e doveva essere la fabbrica lasciata all’Università per il Monastero delle Donne, con gli annessi ottanta ducati di redditi. A questi il Ragni pensò di assommare i novecento ducati destinati da Bernardo Cappone alle Cappelle della SS. ma Annunziata (ducati 300) e di S. Sebastiano (ducati 600), entrambe locate nella Cattedrale e libere da particolari oneri. Chiese inoltre di potere aggregare al Seminario le rendite di tre Benefici semplici e vacanti: SS. ma
Trinità in Terranova, S. Maria degli Angeli in S. Cristina, S. Filippo in Oppido. Il reddito cumulativo ammontava a scudi ottanta, in moneta del Regno di Napoli.
Se mons. Ragni non giunse all’atto istitutivo del Seminario, è certo che egli ne preparò le necessarie basi al suo sorgere. Il suo Episcopato fu come l’alba che annunzia l’aurora. Gli Enti cominciarono a contribuire come se la istituzione già esistesse. Una Platea generale, redatta nel 1679 e autenticata dal pubblico notaio Domenico Antonio De Campora, contenente la descrizione dei beni delle Ricettizie, Capitolo, Mensa, Seminario, Ospedale, Luoghi Pii.
Il can. Pignataro scrisse: “il primo a tentare tale soluzione per l’esistenza del Seminario è stato Monsignore Ragni; ma solo il Vescovo Fili riuscì allo scopo.
Mons. Bisanzio Fili giunse in Calabria dalla Puglia con il chiaro proposito di attuare i Decreti Conciliari e inserire la Diocesi nel clima tridentino. Tra gli obiettivi prefissati all’inizio del suo lavoro pastorale: “la Celebrazione del Sinodo”, “la Istituzione dei Mansionari”, “la Fondazione del Seminario”. Tutti e tre furono attuati puntualmente nei primi tre anni di sua permanenza in Oppido. Su indicazioni lasciate dal Montano e dal Ragni, egli chiese e ottenne di poter valersi del fabbricato destinato al Monastero Fernminile, per l’accoglienza dei fanciulli. Scriveva il 20 Dicembre 1699: “Gli adolescenti sono proni al male e ai piaceri illeciti; a riparo di tanto danno vorrei erigere e istituire il Seminario.., le rendite della Mensa e dei Benefici non sono sufficienti al sostentamento del Rettore e degli Alunni e alla
costruzione dell’edificio. C’è una vecchia abitazione a pro del Monastero delle Donne, con alcuni redditi... ottanta ducati, non bastevoli al vitto delle Monache. Se lei acconsentirà, casa e beni saranno convertiti in perpetuo nella fondazione e conservazione del Seminario”
Ragguagliato il Superiore delle sue intenzioni, pose mano a una delle strutture fondamentali della vita della Chiesa diocesana, lungamente attesa e carica di promettenti speranze, per la crescita della fede cristiana e per l’elevazione morale del popolo. Il Concilio di Trento non ordinò alcun rito particolare per
l’apertura del seminario e probabilmente nessuna pubblica funzione venne organizzata per la nascita dell’efebeo oppidese; ma la coraggiosa iniziativa lanciata segnò un passo decisivo sul cammino di rinnovamento della comunità. E ciò che conta nella realtà.
In quale anno fu fondato il Seminario? Candido Zerbi, nel 1876, scrisse: “Sull’entrare dell’0anno 1699, (il Vescovo) diveniva alla fondazione del Seminario diocesano, assestandovi all’obietto un piccolo edificio”. Una di quelle notizie che fece epoca. D’allora fino al giorno d’oggi, tutti riportarono quella data, senza vagliarla criticamente. Essa odora di sapore libresco e di pigro plagio. Farebbe
piacere poter inserire il Seminario di Oppido nel novero delle settanta istituzioni similari sorte nel sec. XV. Siamo invece costretti a spostarla di due anni.
li nostro metodo è quello del controllo diretto delle fonti; esso ci ha preservato da numerose pecche madornali.
Il 20 Dicembre 1699, mons. Bisanzio Fili notificava a Roma:“Nella Città non vi è Seminario, gli Adolescenti ignari sono inclini ai piaceri illeciti; io vorrei erigere e istituire il Seminario; ma i redditi della Mensa e degli altri Benefici sono tenui”. Il Seminario quindi a quella data, fine anno 1699, non esisteva ancora. Era desiderio vivo del Vescovo che sorgesse presto. Il 1 Novembre 1702, lo stesso Presule rlazionava: “Ho deciso, con ogni sforzo di erigere il Seminario, nel quale i ragazzi apprendono oggi la Grammatica e il Canto...” (“ad praesens pueri discunt... Il Collegio era quindi già sorto. Quale la data esatta? “Vi è in Oppido il Seminario — riferiva mons. Fili — che, con impegno, ho eretto nel terzo anno di Episcopato” (“quod tertio mei praesulatus anno diligenter erigere studui “). Il Seminario fu aperto dunque nel terzo anno di ministero episcopale.
“Nel primo anno di mio épiscopato non trascurai — scrive lo stesso, nel 1702—di celebrare il Sinodo ed emanare le Costituzioni “ Sul frontespizio degli Atti del Sinodo, leggiamo che l’Assise sinodale fu
“celebrata il giorno venti Aprile anno 1699”. Se il “primo anno di episcopato” fu il 1699, “il terzo anno” risponde al 1701. Questo è dunque l’anno di erezione del Seminario. La pubblicazione degli “Atti del Sinodo” fu rinviata di due anni (Messina, Tipografo Cameral Vincenzo De Amico, 1701), perché il Vescovo volle fosse inserito il Cap. XXV “De Seminario”: “Prima che il Sinodo sia dato alle stampe, prescriviamo che questo presente capitolo sia inserito nel Sinodo, tra le leggi da osservare” (“Acta Synodi...” p. 96). Naturalmente il Pio Istituto non si presentava completo all'inizio, né nelle strutture edilizie né negli Ordinamenti. Le stanze erano anguste, sgretolate, cedute dall’Università al Vescovo con l’esplicita convenzione che esse ritornassero alla prima destinazione, appena costruita la nuova Sede. Poche e semplici le Regole, vergate dall’Ordinario, che moderavano la disciplina interna. Ma lo scopo era stato conseguito: raccogliere i ragazzi inclinati al Sacerdozio, preservarli dalla corruzione dell’ambiente, educarli ai buoni costumi, insegnare Grammatica e Canto, inculcare sincera pietà, prepararli alla guida del popolo cristiano.
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